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Avventura cominciata 2

Siamo atterrati a Heatrow con soli 15 minuti di ritardo (evidentemente il ritardo accumulato in partenza da Fiume è stato recuperato durante il volo) ma a noi sembrava di aver già sulle spalle oltre 20 ore di volo. Effettivamente il pensiero che praticamente il nostro viaggio doveva ancora cominciare mi angosciava parecchio. Viaggiare per il mondo con una marea di bagagli e un bambino che il più delle volte vuole stare in braccio al babbo vi assicuro è massacrante. Per questo motivo l’arrivo a Londra per noi è stato abbastanza drammatico. Non vi dico poi la strada che abbiamo dovuto fare per spostarci dal terminal 5 dove siamo arrivati fino al numero 4 dal quale partono i Qantas per l’Australia. Il pulman di servizio c’ha impiegato circa 25 minuti per portarci al nostro gate. Abbiamo imboccato non so quanti lunghi tunnel stradali che si diramano sotto le piste dell’aeroporto più grande del mondo prima di arrivare al terminal 4. Una volta scesi abbiamo dovuto passare nuovamente il controllo bagagli ed è in questi casi che viviamo i peggiori 5 minuti dei lunghi viaggi che facciamo. In questi momenti infatti dobbiamo lasciare Diego da solo, a terra, prendere tutti i numerosi bagagli e aprirli, tirare fuori i notebook dalle loro borse e togliersi pure le scarpe. Con la speranza, vana, che il piccolino se ne stia buono buono al nostro fianco. Fortunatamente questa situazione “fantoziana” crea sempre simpatia e tenerezza (oltre che compassione) nelle persone in fila con noi e nel rigido personale addetto ai controlli i quali molto spesso si lasciano andare a coccole e complimenti a Diego mentre noi smadonniamo in turco nel rimettere al loro posto ogni bagaglio tirato fuori dopo il controllo. E credete poi che ogni cosa vada precisa al proprio posto ? See .. magari. Comunque sia riusciamo ad arrivare in tempo al famigerato TERMINAL 4 di Heatrow. A proposito: ci siete mai stati ? Perchè quello che una persona si aspetta dall’aeroporto più grande del mondo è comunque un luogo ultra moderno pieno di comodità, negozi, aree wifi, centri di relax e di tutti i confort che un luogo così importante dovrebbe offrire. Dopotutto Stanstead è così nonostante sia invece il terzo aeroporto della città (credo). Bene, il Terminal 4 di Heatrow è il più vecchio dell’intera cittadella aeroportuale inglese. Ma questo non basta per rendere l’idea di quanto sia terribile quella struttura. Fatiscente è dire poco. So che è difficile credere ma vi assicuro che Heatrow è anche questo. Panche in legno tipo stazione FS degli anni del dopoguerra da noi (giuro), cartelloni luminosi fatiscenti e per lo più guasti, carrelli portabagagli INESISTENTI, segnalazione Gate non presente, bar e negozi al livello dei chioschi del lungomare di Pesaro (non vogliatemene per favore), caos nei viaggiatori per l’incredibile senso di disorientamento che si percepisce. Insomma. Forse l’Australia non è una destinazione gradita al popolo inglese se lasciano ridurre a quello stato il terminal che dovrebbe ospitare i viaggiatori diretti in quel paese. Sarà mica per i segnali di indipendenza dalla regina e di desiderio di repubblica che provengono dalla terra dei canguri in questi ultimi mesi ? Probabilmente. Comunque, gran figura di merda. Vi giuro che il piccolo aeroporto di Firenze Peretola è di gran lunga più accogliente e tecnologicamente più avanzato. Fortunatamente riusciamo a raggiungere il nostro gate (i bagagli tutti a braccio perchè al Terminal 4, come detto sopra, non ci sono carrelli). Poso Diego accanto a me e per la prima volta dalla partenza riesco a tirare fiato appena in tempo per sentire un piccolo assaggio di consapevolezza del distacco dai miei. Prendo il telefono e chiamo casa proprio mentre Diego sta giocando davanti a me con i due trenini che mia sorella gli ha colorato. Sento mia mamma molto giù, le chiedo come sta andando (domanda sciocca), lei risponde che sono tutti e tre a casa come bischeri (capisco cosa voglia dire e mi si stringe il cuore). La saluto in fretta perchè stare al telefono mi fa male e preferisco tornare il più presto possibile alla frenesia del viaggio che stiamo affrontando. Chiamano il nostro volo. Chi ha bimbi al seguito può passare per primo (cosa non fatta a Fiumicino con la  British che tanto “british” non è stata). Ci avviamo tutti e tre stracarichi di bagagli nel tunnel che ci porta al portellone del vecchio Jumbo 747 della Qantas. Con l’arrivo del nuovo Airbus 380 questo non è più il più grande bolide commerciale volante ma vi assicuro che impressiona ancora. Passo a fianco della punta dell’aereo, dove c’è la First Class. Chiaramente un senso di profonda invidia mi assale. Anche quando vedo le scale per il ponte superiore dove invece c’è la business. Noi siamo chiaramente in economy e quando vedo i nostri posti mi angoscio nuovamente pensando alle 11 ore di volo che ci attendono verso Singapore. Sto male. Non ho voglia di starmene chiuso in questa gabbia. Avrei una gran voglia di scendere per andarmene in centro a Londra in un comodissimo Hotel a sgranchirmi le gambe. Ma proprio quando sento arrivare una leggera crisi di claustrofobia riesco per la prima volta a guardarmi attorno a guardare le persone che stanno salendo e si stanno accomodando ai loro posti. Che strano. Non ci sono cinesi come tutte le altre volte. Già, non sono su un aereo della Cathay Pacific. E si vede. Sono quasi tutti australiani, gente simpatica, sorridente, molti giovani.... sorrido anch’io. Alla fine non mi sento più così lontano da casa. Qualcosa di familiare stava lentamente prendendo il posto di tutte quelle sensazioni negative fino a quel momento percepivo. Mi sono tranquillizzato. Diego si è addormentato subito. Neanche la fase tanto concitata del decollo del pesantissimo bolide è riuscita a turbarmi come invece sempre accade. Un enorme sensazione positiva mi aveva ormai assuefatto. Socchiudo gli occhi non appena sento il suono delle spie delle cinture che si spengono (il segnale inconfondibile che è tempo anche per i piloti in cabina di rilassarsi un po’ dopo l’imprevedibile fase di distacco dal suolo). L’anziano australiano ai comandi del Jumbo abbassa le manette dei quattro motori del Boeing, diminuisce l’angolo di salita e anche l’assordante rumore dei motori diventa coccolante per un sonno che ci apprestiamo ad affrontare. Il bolide si appresta dolcemente a raggiungere la quota di crociera che ci porterà dall’altra parte del mondo. Tutto sembra andare meglio ora dentro di me. Grazie anche alle 11 ore di volo praticamente prive di qualsiasi turbolenza. Almeno fino all’arrivo nei cieli di Singapore, dove a causa di un piccolo inconveniente all’aeroporto di arrivo ci tengono in holding (a girare intorno) a 10 mila piedi per quasi mezz’ora. Ma questa è un’altra storia :-)) (continua a breve)
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